Gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi decenni del Ventesimo secolo in Italia segnano il trionfo dell’opera cosiddetta verista. In essa confluiscono da un lato la tradizione italiana, dall’altro l’opera borghese importata dalla Francia. Le opere di Puccini, ma anche di Mascagni e Leoncavallo, che si impongono in quegli anni, rispondono al gusto e alle esigenze di una piccola borghesia desiderosa di evadere in un mondo sentimentale lontano dai problemi epocali. La cura del particolare è in Puccini estremamente vigile, e abile la ricostruzione dell’ambiente, per dar voce e spazio alle nostalgie tardoromantiche di una società che sente oscuramente avvicinarsi la crisi dei propri valori.
Non a caso, nel 1905 debutta a Vienna con straordinario successo un titolo emblematico, La vedova allegra, a quel tempo considerata un’”operetta”, oggi ritenuta un capolavoro assoluto non solo del suo autore, Franz Lehàr, ma del teatro musicale europeo. Ma in quegli stessi anni in cui nel Vecchio Continenente, devastato da guerre e dittature, l’opera lirica s’avvia sul viale del tramonto, la creatività melodrammatica trova in America un sbocco spettacolare: Broadway e Hollywood diventano le capitali di un nuova concezione dello spettacolo musicale dove, tra la polvere del palcoscenico e i bagliori dei set cinematografici, si impongono gli “eredi” di Puccini e Lehàr. È così che nel 1935 George Gershwin dà alle scene Porgy and Bess, un’opera di ambiente nero-americano, la cui struttura di melodramma ottocentesco accoglie il blues e il jazz, giungendo a un risultato espressivo di grande efficacia.
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