La conversione al verismo, dopo aver sperimentato generi tra loro del tutto dissimili (come il dramma storico o l’idillio sentimentale), avviene in Giacosa intorno al 1884 grazie all’influenza di alcuni importanti autori contemporanei. E’ nota la sua amicizia con Antonio Fogazzaro o la sua ammirazione per Henrik Ibsen, sul quale si troverà a dire:”Che…abbia lasciato in me una profonda impressione è innegabile, ma non è men vero che né vorrei, né saprei piegare il mio ingegno latino alle forme nordiche, né ragionare in luogo di rappresentare”.
Riconoscendo il diritto dell’impulso individuale, l’autore procede con un verismo inteso non come arida cronaca, ma come svelamento del meccanismo terreno delle passioni.
Il caso di Anna, Paolo, Mario e Maddalena, protagonisti de I diritti dell’anima (1894), rientra pienamente in questa visione. I personaggi si comportano secondo la logica delle passioni. Anna lascia il marito per motivi puramente sentimentali; la società e le sue convenzioni poco c’entrano con il suo abbandono; mentre Paolo, combattuto tra la passione ed il suo amor proprio, si perde in atteggiamenti contraddittori. La trama si basa sul ritrovamento da parte di Paolo del carteggio di un parente suicida, che rivela il suo amore per Anna. Questa scoperta porterà ad un ribaltamento di valori fino a quel momento ritenuti incrollabili.
Il motivo-chiave è tipicamente giacosiano: la poesia degli affetti familiari entro le quattro mura di una tranquilla vita borghese e l’adulterio mentale, intenzionale come meccanismo di evasione.
Giacosa si limita a rappresentare la vicenda senza parteggiare per nessuno, concentrandosi sulla verità che scaturisce proprio dalla dialettica delle anime.
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