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   Alla ricerca delle Arche Perdute

E se Indiana Jones fosse anche una metafora?
Se anche noi andassimo alla ricerca dell'Arca perduta?
o delle Arche perdute? delle nostre anime?
Questo progetto nasce da tre versi grafiti una sera del 1903, su una colonnetta del loggiato di Casa Giacosa, da un signore di bell'aspetto, famoso per la sua eleganza, il poeta Francesco Pastonchi:

“e della casa hai fatto la grande arca
ove i figli sorridono ai nepoti.
Tu vigilando calmo patriarca.”

I versi facevano parte di un'ode che l'autore aveva dedicato alla famiglia Giacosa.
Cosa voleva dire Pastonchi riferendosi all'Arca?
La risposta ci arriva da Salvator Gotta: "Non credo esista in Italia un'altra casa che abbia raccolto, per più di trent'anni, tra i suoi muri, tanto fervore d'artistica fiamma, tanto calore di domestici affetti vivificati da un idealismo sano, da una fede entusiastica nei valori dello spirito. La casa domina il villaggio.Orizzonte sereno tutt'attorno. Di qua il rosso castello di Loranzé adocchia dall'altura: i vigneti allineano pilastrini bianchi sempre più piccoli quanto più ripido il monte s'aderge; di là fra ondulazioni di brune gibbosità collinose folte di alberi svariano spigoli e tetti di case povere e ricche in buona compagnia e s'allarga la piana ben coltivata, ad appezzamenti molto frazionati, fino al castello di Pavone, colore dell'ossame dissepolto, e a quello di Masino, candido sulla morena lontana, poco più azzurra del cielo. Non v'è orizzonte del Canavese che sia più caratteristicamente canavesano di questo che si vede dalla casa del Giacosa.
Dunque Arca come luogo di salvezza, "via del rifugio", di conservazione di memorie, ma anche di garanzia e slancio per affrontare il futuro. Ogni luogo, ogni paese possiede un'Arca, uno scrigno ­ madia dove si conserva, si preserva, si salva, si nasconde la quintessenza di un territorio.
Il nostro sarà un viaggio nell'Arca del Paesaggio canavesano, un territorioanfiteatro dove natura e cultura diventano indissolubili; Paesaggio declinato in altre Arche, più piccole, ma altrettanto rappresentative di come uomo e territorio si plasmano e si condizionano tra loro.
Il Canavese è regione di cascine sul fiume, canava, dove i mandriani scendevano a svernare. E la Cascina è un'Arca dove convivono il duro lavoro, la solidarietà, il ben (le preghiere in comune), il particolar (ognuno ambisce a lavorare sul suo e vivere del suo), l'idea della frantumazione della proprietà per non frantumare il gruppo. Cascina da dove comunque qualcuno partiva sempre, emigrava: spazzacamini, magnin, vetrai, mondine.
Ma dove, come scrive Maria Germano, poetessa di Rivarolo:

Una serata
nella stalla della “FIORENTINA”
era un premio:
nelle fole dei vecchi
c'erano i "gangsters"
dietro un pilone,
la maschera sugli occhi,
il coltello alla cintura,
in attesa della vittima...
Oppure ballavano le masche oscure,
bizzarre dispettose.

Arche e voci del Paesaggio e della Cascina, antiche, ancestrali, che si avvertono anche là dove sorgono ville, castelli, case borghesi, nuove Arche, come quella di San Giorgio, Atene del Canavese, abitata e animata da fervidi giacobini, come Carlo Botta e Carlo Giulio, incaricati da Napoleone di formare il governo provvisorio del Piemonte repubblicano, dopo la battaglia di Marengo. O come la mitica cantante lirica Teresa Belloc, sepolta nel santuario di Misobolo, prima interprete della Gazza ladra, prediletta da Gioacchino Rossini.
Oppure dove sorgono castellicenacoli fondati da amanti del paesaggio e delle memorie medievali: gli amici di Giacosa, bohémiens della montagna, romantici dagli stomaci e dai garretti d'acciaio, avidi di aria pulita, "uomini cui nulla pareva dilettoso come il camminare alla ventura, per strade impervie, dormire fra ruderi di smantellati castelli, con pochi quattrini in tasca, molti sogni nel cervello ed allegria nel cuore" (Salvator Gotta).
Parliamo di pittori e architetti come Pastoris, D'Andrade, Rayper, fondatori della Scuola di Rivara, e Avondo, del quale "nessun altro, forse, dopo l'incomparabile Fontanesi, seppe tra noi scrisse Enrico Thovez trovare l'intimità del rapporto fra una linea di terreno e un cielo", e Pittara. Ma l'Arca di Rivara si arricchì ancora allorchè ospitò Giorgio Colli, raro esempio di indipendenza intellettuale, il filosofo che si rivolse alla Grecia e a Nietzsche per tentare di rispondere alle domande tragiche e fatali dell'anima novecentesca.
Ma dalle case borghesi sorge anche un'altra Arca: la Fabbrica degli Olivetti, realtà leader mondiale di produzione innovativa, ma anche concretizzazione della funzione sociale, politica e culturale dell'utopia. L'ingegner Adriano è persona geniale e sincera, ma anche imprenditore vero, contraddittorio quando serve esserlo.
Così nella sua Arca il particolar entra in fabbrica, si incontra con l'etica del capitalismo e del Movimento Comunità: li integra e si integra. Grandi architetti, come Vittoria, Figini, Pollini, Nizzoli, progettano stabilimenti e case residenziali per i dipendenti, curando l'adeguamento della Fabbrica al Paesaggio. Mentre si moltiplicano i Servizi Sociali, allo stesso tempo in Ditta (così viene familiarmente chiamata la Olivetti) i lavoratori sottostanno alle più rigide regole della parcellizzazione del lavoro.
Ma dalla Direzione si risponde con proposte culturali di altissimo livello e spettacoli durante la lunghissima pausa mensa: Giorgio Gaber, Dario Fo, gruppi jazz e cabarettisti hanno il compito di provare a neutralizzare il disagio, per quanto possibile, e offrire una prospettiva umanistica al lavoro.
La programmazione dei tòc (pezzi) da produrre sostituisce il ritmo cadenzato e naturale della Cascina. Grandi psicologi, come Cesare Musatti, collaborano e studiano l'applicazione dei principi della psicologia sociale; intanto con i test psicoattitudinali si ricerca l'uomo giusto per il posto giusto. Una volta trovato, occorre che questi si adegui immediatamente alla macchina e alle sue regole. Eppure l'ingegner Adriano afferma: "Conoscevo la monotonia terribile e il peso dei gesti ripetuti all'infinito davanti a un trapano o a una pressa, e sapevo che era necessario togliere l'uomo da questa degradante schiavitù".
Altre Arche sono da riscoprire, come quella della Valle Sacra, così chiamata per le sue sacre rappresentazioni popolari, terra natia di Costantino Nigra, grande diplomatico, studioso e poeta; ma anche cara a Piero Martinetti, filosofo dello spiritualismo e della libertà, che scrive: "Soltanto una mente rozza può concepire che la vita morale abbia per fine esclusivo lo svolgimento dell'esistenza materiale: la conservazione della razza, la potenza dello Stato e simili. Questa è una mentalità barbarica". Oppure le valli dell'Orco e del Soana, Arche di culture antiche, quasi alchemiche, proiettate sul Gran Paradiso: terre di magnin, spaciafornei e vetriat, che a Parigi trasformeranno Rue de Riquette in Rue des Vitriers, amata da Utrillo. O come la valle di Ribordone, patria dei ramai, con il miracolo del muto di Prascondu e il piano delle masche. E ancora la Valchiusella, ricca di storia, di duro lavoro in miniera e di siti archeologici: autentici gioielli come la Pera dij Cros, il Sentiero delle Anime, le fortificazioni nella valle dei Corni.
Certo, riscoprire le Arche implica il rischio di rimanervi dentro, una fatale restrizione di prospettiva, ma spetta a noi trovare una via d'uscita, preservare uno sguardo capace di incontrare altre mentalità, altre culture. La soluzione sta in noi che, pur votati a ricercare, conservare e promuovere le nostre radici, non possiamo dimenticare che non siamo alberi, poiché il nostro destino è legato al movimento, e che la nostra è un'identità viaggiante. Il cuore di questa terza edizione del Parco Culturale del Canavese è Giuseppe Giacosa, di cui ricorre quest'anno il centenario della morte, avvenuta il 2 settembre 1906 a Colleretto Parella, dov'era nato nel 1847. Quello di Giacosa è oggi sicuramente il nome canavesano più famoso nel mondo, grazie alla sua collaborazione con Luigi Illica per la stesura dei libretti delle tre grandi opere pucciniane: La Bohème (1896), Tosca (1899) e Madama Butterfly (1904).
Dopo il fortunatissimo esordio in teatro con il "bozzetto romantico" d'ambiente medievale Una partita a scacchi (1873), passò al dramma storico con Il Conte Rosso (1880), testimonianza di interessi regionalistici, che nella narrativa gli ispirarono la raccolta Novelle e paesi valdostani (1886). Trasferitosi nel 1888 a Milano, fu direttore della Scuola di recitazione filodrammatica, docente di letteratura drammatica e recitazione al Conservatorio. Il successo della Signora di Challant (1891), interpretata in Italia da Eleonora Duse e a New York da Sarah Bernhardt, lo convinse a lasciare gli incarichi scolastici per dedicarsi al teatro di prosa su temi di attualità, già sperimentato in Tristi amori (1888): apparvero così nel 1894 I diritti dell'anima e la fortunata commedia Come le foglie, rappresentazione di una famiglia dell'alta borghesia, sconvolta dalla crisi economica e morale, andata in scena nel 1900.
Dal 1895 diresse la Società degli Autori, primo nucleo della futura Siae. La sua casa di Colleretto (denominata nel 1903 dal poeta e scrittore Francesco Pastonchi "la grande arca") ospitò Sarah Bernhardt, Arrigo Boito, Giosuè Carducci, Benedetto Croce, Gabriele D'Annunzio, Edmondo De Amicis, Eleonora Duse, Antonio Fogazzaro, Giovanni Pascoli, Luigi Pirandello, Renato Simoni, Giovanni Verga (che dedicò a Giacosa il dramma Cavalleria rusticana), Émile Zola.
Nel 1922, su iniziativa di Salvator Gotta, gli venne intitolato il Teatro Civico di Ivrea.

 

 

 

 

 

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