Uscito nel 1964, è il secondo romanzo di Alberto Bevilacqua e il suo primo grande successo
internazionale: tradotto in quindici Paesi, diventerà, a dispetto della sua difficile gestazione editoriale,
quasi l opera simbolica dello scrittore.
Una notorietà amplificata dal film, diretto nel 1971 dallo stesso Bevilacqua, interpretato da
un indimenticabile Romy Schneider e da uno strepitoso Ugo Tognazzi. Senz altro una vicenda
fondamentale degli anni Sessanta, quella de , nel suo testimoniare con limpida ispirazione
narrativa gli splendori e le miserie di quel miracolo economico “di provincia” che fu un fenomeno tutto
italiano e che entrò profondamente nella nostra società, nei costumi, nella morale comune.
Irene Corsini, la slandra, la bella ragazza del popolo che diventa l’amante di Annibale Doberdò, il
potente industriale della città - una sorta di Mastro don Gesualdo fattosi da sé con spietata ambizione - è
un memorabile ritratto di donna libera, franca, istintiva, ribelle, incapace di compromessi, generosa e, a
suo modo, innocente. Una donna nella cui schiettezza e giovinezza il vecchio industriale ritrova una
nuova voglia di vita. Contro questa relazione così fuori dagli schemi, perché mescola
imperdonabilmente le carte del capitale e della rivendicazione proletaria, dell’ipocrisia borghese e della
schiettezza popolare, si armano tutti i potenti cittadini. Ma solo la morte improvvisa riuscirà a stroncarla.
E la Califfa tornerà là dov’è nata. Un ordine si ricostituisce,maforse solo in apparenza.
Dice Bevilacqua: “mia nonna era una quercia, aveva avuto diciotto figli, era una capopopolo, che
guidava tutto l’Oltretorrente. Non era una donna, era un totem, un’entità senza sesso, ma con tutto: tutti
i sessi, tutti i poteri. Lo stesso tipo di donna della Califfa”. La Califfa è dunque l’Oltretorrente, perché
l’altro protagonista del romanzo è la città: “Parma è la città dove sono nato. Una città che è sempre stata
divisa in due parti nette, separate da un torrente: la parte degli eredi delle grandi aziende e dei duchi -
oggi dei ricchi, titolari dei grandi capitali del mondo economico - e l’Oltretorrente, dove sono nato io, un
quartiere povero, specialmente quando ero bambino, ma ricco di genialità. Qui ho assimilato i primi
scontri sociali, le prime infamie razzistiche. L’Oltretorrente era di marca anarchica, mentre l’altra parte
era bianca, di marca opposta”.
L’ennesima opposizione di una storia forte, tutta costruita sui contrasti, e proprio per questo capace di
colpire nel segno anche a quarant’anni di distanza. E pensare che nessuno voleva accettare un titolo
come La Califfa. Poi è diventato addirittura un modo di dire.