Un monologo con canzoni. A prima vista, poiché in
realtà questo spettacolo inventa un genere, meglio
reinventa, crea il primo “melodramma” moderno.
Assai distante dai monologhi con o senza canzoni
cui questi anni ci hanno abituato. La struttura,
l’intarsio poiché di questo si tratta fra “parlato” e
“cantato” (nell’utilizzo di testi modernissimi: testotesto
e testo e partitura delle canzoni) ricreano quel
particolare clima, quell’emozione, quella
“temperatura” che forse era ed è solo e proprio del
melodramma. Al punto che le canzoni (più spesso i
brani di canzone, a volte solo “recitati”) – che sono
quelle di Mia Martini, “Mimì” (sì, come quella della
Bohème) – sembrano scritte appositamente per questo testo (e ovviamente non è
così), addirittura dalla stessa mano, dallo stesso autore della storia.
È a Mimì che lo spettacolo vuole rendere omaggio. Ma un omaggio del tutto inedito.
Nessuna celebrazione, nessun biografismo, nessun didascalismo. “Una storia per Mia
Martini” recita il sottotitolo. Appunto.
La storia che avremmo voluto raccontarle. Non la
sua storia, ma una storia “altra” e che però le sarebbe appartenuta nel profondo, che –
osiamo dire – le sarebbe piaciuta.
Gianluca Ferrato, attore di suadente generosità interpretativa, racconta una storia che
incrocia in modo misterioso e inaspettato, per un solo ma cruciale attimo, la storia di
Mia Martini. Per il resto, si tratta davvero di una narrazione altra e parallela che nulla ha
a che fare con lei, se non nel senso che entrambe le vicende – quella di fantasia,
d’invenzione, che si rappresenta sulla scena, e quella reale della grande cantante –
toccano o per meglio dire sono toccate dagli stessi grandi temi, peraltro rivisitati
direttamente dalla tragedia greca: la lotta dell’uomo con il destino; il rifiuto della resa
pur nella consapevolezza che alla fine sarà il fato a “vincere”; il dolore, la morte.
Parliamo di una storia, dunque di un racconto, non di riflessioni filosofiche. Parliamo di
una storia tragica, ma ancora una volta nel senso classico del termine. Tragica, non
cupa. Parliamo di un tono – dato dalla voce umana e dalla scrittura – lieve perché
radicato nella profondità della consapevolezza. Insomma, di quella “leggerezza” di cui
scrive Italo Calvino, leggerezza come “qualità morale” e come conquista di una vita che
ha finalmente fatto pace con se stessa, e ancora una volta, con il proprio destino.