le nostre produzioni


Dove il cielo va a finire - una storia per Mia Martini


di
Piergiorgio Paterlini

con
Gianluca Ferrato

supervisione musicale di
Maurizio Fabrizio

arrangiamenti di
Enzo De Rosa

musiche eseguite da
Enzo De Rosa (tastiere)
Giuseppe Tortora (violoncello)
Ferruccio Corsi (fiati)

scene di
Massimiliano Nocente

costumi di
Teresa Acone

regia di
Bruno Montefusco

IL CONTATO/TEATRO GIACOSA DI IVREA



Gianluca Ferrato


Un monologo con canzoni. A prima vista, poiché in realtà questo spettacolo inventa un genere, meglio reinventa, crea il primo “melodramma” moderno. Assai distante dai monologhi con o senza canzoni cui questi anni ci hanno abituato. La struttura,
l’intarsio poiché di questo si tratta fra “parlato” e “cantato” (nell’utilizzo di testi modernissimi: testotesto e testo e partitura delle canzoni) ricreano quel particolare clima, quell’emozione, quella “temperatura” che forse era ed è solo e proprio del melodramma. Al punto che le canzoni (più spesso i brani di canzone, a volte solo “recitati”) – che sono quelle di Mia Martini, “Mimì” (sì, come quella della Bohème) – sembrano scritte appositamente per questo testo (e ovviamente non è così), addirittura dalla stessa mano, dallo stesso autore della storia. È a Mimì che lo spettacolo vuole rendere omaggio. Ma un omaggio del tutto inedito. Nessuna celebrazione, nessun biografismo, nessun didascalismo. “Una storia per Mia Martini” recita il sottotitolo. Appunto.
La storia che avremmo voluto raccontarle. Non la sua storia, ma una storia “altra” e che però le sarebbe appartenuta nel profondo, che – osiamo dire – le sarebbe piaciuta. Gianluca Ferrato, attore di suadente generosità interpretativa, racconta una storia che incrocia in modo misterioso e inaspettato, per un solo ma cruciale attimo, la storia di Mia Martini. Per il resto, si tratta davvero di una narrazione altra e parallela che nulla ha a che fare con lei, se non nel senso che entrambe le vicende – quella di fantasia, d’invenzione, che si rappresenta sulla scena, e quella reale della grande cantante – toccano o per meglio dire sono toccate dagli stessi grandi temi, peraltro rivisitati direttamente dalla tragedia greca: la lotta dell’uomo con il destino; il rifiuto della resa pur nella consapevolezza che alla fine sarà il fato a “vincere”; il dolore, la morte.
Parliamo di una storia, dunque di un racconto, non di riflessioni filosofiche. Parliamo di una storia tragica, ma ancora una volta nel senso classico del termine. Tragica, non cupa. Parliamo di un tono – dato dalla voce umana e dalla scrittura – lieve perché radicato nella profondità della consapevolezza. Insomma, di quella “leggerezza” di cui scrive Italo Calvino, leggerezza come “qualità morale” e come conquista di una vita che ha finalmente fatto pace con se stessa, e ancora una volta, con il proprio destino.

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