Gli dèi non esistono. Esistono gli uomini. Il loro racconto. La loro giustificazione. Atto di sottomissione nei confronti della loro stessa esistenza. Arrivare a capire l’incomprensibile con le proprie parole. Dare un segno e un colore all’immensa pagina bianca che si è presentata ai loro occhi.
Gli dèi scelgono una casa – la casa di Agamennone – e in quella seminano e preparano il semenzaio da dove in futuro attingere le radici dell’odio e trapiantarle altrove in vastità universali.
L’uomo e la sua colpa non avranno più una sola faccia. Ogni atto è la conseguenza dell’erosione che il tempo ha operato nel cuore di una stirpe. Ogni colpa ha la sua matrice e il male conia moneta corrente da spendere subito. La vendetta, il sangue che corre nella casa per mano di Clitennestra, moglie tradita, oltraggiata. Il sangue che disseta il dolore di Oreste, ragazzo, figlio, uomo, vendicatore, matricida. Inconsapevole seme di continuità del male. La radice dell’amore è sopraffatta dalla ritmica violenza del potere e la scansione è il sangue che si mescola silenzioso come acqua sotto ad un ponte: di madre che si giace con il figlio, di padre che sacrifica la figlia, di figli che vendicano l’affronto della propria nascita e che soffrono della malattia incestuosa che avvelena loro l’esistenza.
In questo spettacolo ogni racconto prepara la continuità del prossimo. Come schiudere da una stanza all’altra le porte di una casa-labirinto, dove ogni corridoio porta sempre più lontano per ricondurci poi al punto di partenza.
A fare da guida un personaggio estraneo ai fatti, custode del castello dei fantasmi.